Come hanno reagito le imprese italiane alla crisi?

segnalo il mio articolo appena pubblicato su Micromega on line (http://temi.repubblica.it/micromega-online/come-hanno-reagito-le-imprese-italiane-alla-crisi/)

dove, assumendo la prospettiva dimensionale, cioè confrontando  i maggiori gruppi italiani con le imprese medio-grandi e con  le medie imprese, relativamente al comparto manifatturiero, cerco di dimostrare, dati alla mano, quanto non sia supportata dai dati empirici l’ossessione che da anni colpisce gli economisti mainstream italiani, cioè il mito della grande dimensione,  per cui la debolezza dell’economia italiana dipenderebbe essenzialmente dalla inadeguata dimensione delle nostre imprese che non vogliono, non possono, o non sanno crescere.

Emerge chiaramente dall'analisi condotta che l’ossessione per la grande dimensione, quando non ideologica, sembra figlia di un eccesso di astrazione dell’analisi economica, che non aggiorna i modelli e le concettualizzazioni alla realtà che cambia e che soprattutto non distingue le imprese per le strategie perseguite e per l’organizzazione produttiva assunta.

 

Governo tecnico per la crisi: cosa direbbe Machiavelli?

Riporto a seguire un commento di Alice Jaccod, studentessa della II liceo del Liceo-Ginnasio Tasso di Roma, su una ipotiteca rilettura critica da parte di Machiavelli dell'attuale governo tecnico, come scelta politica per fronteggiare la crisi.

 

La classe politica italiana ha delegato la soluzione della crisi ad un governo tecnico composto da professori universitari ed esperti. Le decisioni, le scelte del governo Monti sono sottoposte all’approvazione della BCE e di moderni “principi” esteri, di Francia e Germania.

Proviamo ad immaginare per un attimo che a pronunciarsi su di una tale situazione sia quel Machiavelli, uno dei massimi teorici della politica come scienza, che nel suo “Principe” compì un’analisi spregiudicata dei meccanismi del potere, suscitando scandalo e clamore fra i suoi contemporanei.

 

Un’abiura, una rinuncia dei politici, un’ammissione dunque della loro incapacità di far uscire l’Italia dalla crisi. In questo senso,  dura si abbatterebbe la critica di Machiavelli sui nostri “principi”, privi di quella virtù politica in grado di vincere la violenza, l’indomabilità della fortuna.

Una virtù che è mancata tanto ad un partito quanto all’altro.

Una destra che Machiavelli accuserebbe di aver travisato la realtà, di non aver preso misure volte a fare uscire il paese dal baratro, impopolari e severe magari,  ma comunque volte a perseguire il bene comune.

E una sinistra inerte, priva di quella velocità d’azione che Machiavelli tanto elogiò nel Valentino, una sinistra che non ha saputo adattarsi ai tempi, cogliere l’occasione di prendere le redini del paese.

Una sinistra – direbbe Machiavelli – che nella sua critica all’opposizione molto ha battuto sull’immoralità, sul non rispetto degli ideali,  piuttosto che sulla evidente incapacità di perseguire il bene comune, il fine politico che è ciò che davvero conta per il “Segretario fiorentino”, per il quale, come dice il critico De Sanctis, “la politica o l’arte del governare ha per suo campo non un mondo etico, determinato dalle leggi ideali della moralità, ma il mondo reale, come si trova nel tal luogo e nel tal tempo […]” (Francesco De Sanctis, Storia della letteratura italiana, 1870).

 

Ed è forse in virtù di questa strenua difesa della verità effettuale rispetto a quella ideale, nella volontà di “subordinare il mondo dell’immaginazione, come religione e come arte, al mondo reale, quale ci è posto dall’esperienza e dall’osservazione” (Francesco De Sanctis), che si potrebbe invece immaginare un diverso giudizio di Machiavelli.

In linea teorica, il Parlamento avrebbe dovuto trovare una maggioranza alternativa o, in assenza di questa, ricorrere alle elezioni. Ma ciò avrebbe certo comportato un peggioramento ulteriore della situazione economica nonché tempo molto lunghi. In questo senso, in virtù della ragion di stato, Machiavelli approverebbe forse la scelta della classe politica di abdicare il suo ruolo, di affidare le sorti del paese ad un governo di “eccezione”.

Un governo straordinario, dunque, simile a quel principato che per Machiavelli, nella figura di Lorenzo de’ Medici, avrebbe dovuto unificare l’Italia, una “campagna senz’argini”, oggetto delle mire espansionistiche delle potenze europee.

Comunque la metti, una cosa è certa e lo stesso Machiavelli non potrebbe che assentire: abbiamo assistito ad un vero e proprio “funerale” della politica italiana e uscirne sarà tutt’altro che facile. 

Alice Jaccod – studentessa del II liceo sezione C – Liceo Ginnasio Statale Tasso di Roma

Christa Wolf e la manifestazione dell’11 dicembre

Mi piace leggere le ragioni della manifestazione dell’11 dicembre del movimento “se non ora quando” partendo da uno dei romanzi più belli di Christa Wolf, Medea, morta dieci giorni prima della manifestazione.

In questo libro ci sono le ragioni principali del perché le donne, nel 2011, devono ancora andare in piazza per rivendicare il loro diritto all’uguaglianza con gli uomini, il loro diritto ad essere considerate alla pari degli uomini – nel lavoro, nella scuola, nella famiglia, nel sesso, nei diritti e nei doveri, nelle decisioni della politica come dell’economia, nel governo della società –  . L’autrice riscrive, andando alle fonti precedenti alla versione euripidea, il mito di Medea, rintracciando una figura diversa da quella tramandata dall’ortodossia:  non una pazza infanticida, ma al contrario una donna forte e generosa, depositaria di un remoto sapere del corpo e della terra, che una società intollerante emargina e annienta negli affetti, fino a lapidarle i figli. La mistificazione ai danni di Medea operata da Euripide aveva come scopo quello di presentare al meglio Corinto sulla scena del teatro greco, manipolando la vicenda per assolvere gli abitanti di Corinto, colpevoli di avere massacrato i figli di Medea, per intolleranza e incapacità di integrare una cultura come quella della Colchide, per sua natura non incline alla violenza.

La Wolf ha il coraggio di riscrivere la storia, alla ricerca di una verità che vuole essere formazione della coscienza: in una intervista la Wolf denuncia la tendenza, ricorrente nella storia dell’uomo “..soprattutto nei momenti di crisi, a cercare un capro espiatorio, a caricare di segni negativi una determinata figura – spesso femminile, si chiami essa Cassandra o strega destinata al rogo – per destituirla di ogni autorevolezza”. La Medea della Wolf non rappresenta l’oscuro inabissamento nell’irrazionale (il mito raccontato da Euripide della donna che per amore prima tradisce il padre e il fratello e poi per gelosia dà fuoco alla città, uccide la rivale in amore e i figli avuti dal marito Giasone che l’ha tradita), ma al contrario rivendica l’archetipo della chiarezza, lo scandalo della ragione, il rifiuto della ragione di stato. Non si lascia irretire da chi la vorrebbe ligia e devota ad una liturgia del potere destinata a celare i crimini del palazzo; nega la separazione tra pubblico e privato e non riconosce altra autorità se non quella del proprio intuito, denuncia con coraggio il crimine su cui si fonda il regno che si vanta di essere vessillo di gesta gloriose (uccisione della figlia primogenita – ancora una donna – della regina Merope, da parte del re Creonte che teme di perdere il trono).  E questa scoperta la travolge: Corinto reagisce prima con la diffamazione, poi – devastata dalla peste – identifica in lei, nella donna diversa, irriducibile alla norma dei potenti, il capro espiatorio e le aizza contro il popolo, che le uccide i figli. E sarà la ragione di stato, per mano di Euripide, a consegnare ai posteri l’immagine di una Medea colpevole di un delitto non commesso. La Wolf parte dal presupposto che dal matriarcato non possano discendere pulsioni distruttive: “..nel corso dei millenni la figura di Medea è stata ribaltata nel suo opposto da un bisogno patriarcale di denigrare lo specifico femminile. Ma qualcosa non mi tornava: Medea non poteva essere un’infanticida perché una donna proveniente da una cultura matriarcale non avrebbe mai ucciso i suoi figli”.

In breve, sono il coraggio della verità, lo scandalo della ragione, il rifiuto della violenza e dell’omertà, la non sottomissione alla ragione di stato e alla liturgia del potere, il sapere istintivo mutuato dall’ordine materno, il “secondo sguardo” come lo definisce la Wolf, che segnano la differenza tra donne e uomini e  che tengono lontane le prime da (e organici i secondi a) la gestione del potere, per come si realizza oggi nella società degli uomini.  Ma non è la pratica della differenza quella a cui dà il primato la Wolf, ma piuttosto a quella della relazione umana. Alla domanda se auspicasse un ritorno al matriarcato, rispose: “No, per l’amor di dio! Un matriarcato concepito come dominio femminile non è forse nemmeno mai esistito e comunque un ritorno a rapporti così arcaici e indifferenziati è impensabile. Possiamo solo tentare di procedere tenendo presente la nostra millenaria esperienza. E’ sempre più evidente che solo l’interazione degli sguardi – maschile e femminile – può mediare un’immagine corretta del mondo. Un mondo che deve essere plasmato da uomini e donne in modo paritario, a seconda del loro specifico punto di vista. Questo condurrebbe a priorità ben diverse da quelle che attualmente ci condizionano. Ad altre gerarchie di valori. Ma da tutto questo siamo ancora distanti anni luce”.  Già, siamo ancora distanti anni luce, come sanno le donne in piazza domenica scorsa, come sanno tutte le donne.

Wolf

Governo tecnico e rappresentanza democratica…..

L’articolo 49 della Costituzione Italiana, come richiama su La Repubblica di oggi Gustavo Zagrelbesky (“La democrazia senza i partiti”, La Repubblica, 12 dicembre 2011), definisce i partiti politici lo strumento tramite il quale i singoli cittadini possono concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale. Come interpretare alla luce di ciò la risposta che il presidente del consiglio Monti ha dato a chi gli chiedeva ragione dell’impopolarità delle misure adottate dal suo governo “….il governo non ha il problema di presentarsi alle urne, ma solo quello di fare un buon lavoro”?  Zagrelbesky non ravvisa nessuna lesione delle regole della democrazia nella soluzione del governo tecnico, trovata dal presidente Napolitano per porre mano alla riforma richiesta dalla BCE e dall’Europa. Evidenzia solo (sic!) il rischio del  vuoto di rappresentanza che potrebbe aversi alla fine del governo tecnico, facendo riferimento ai molti esempi (che si possono trarre dalla storia più o meno recente) del disastro che si produce per effetto della miscela perversa di crisi sociale e alienazione politica, cioè della rottura del nesso che i partiti devono creare tra società e stato.

Ora, a me sembra che si tratti di un vuoto di rappresentanza non solo potenziale e futuro, ma presente e attuale. Quando un governo non deve rispondere ai cittadini delle sue azioni e delle misure che prende di politica economica e sociale, se non in maniera molto indiretta e potremmo dire formale (il governo ha avuto ampia legittimazione dalla massima carica dello stato e dei principali partiti politici all’atto del suo insediamento,  oltreché delle autorità monetarie europee, e dalla fiducia ex ante e a prescindere incassata dai principali partiti politici, della passata maggioranza e opposizione), come è possibile parlare di rappresentanza democratica? E, secondo Monti, chi decide se quello che il governo fa è o meno un buon lavoro?  I partiti si dichiarano non responsabili  delle misure assunte (lo dice implicitamente Monti): se avessero voluto esserlo,  le riforme le avrebbero fatte loro, tali e quali a quelle di Monti,  o invece un po’ diverse o molto diverse; ma non l’hanno fatto appunto per i timori di tornare alle urne e essere bocciati dal voto dei cittadini (la passata maggioranza) o per incapacità o insufficiente determinazione a proporre un’alternativa di governo (la passata minoranza). Il governo tecnico non è responsabile,  perché ha durata e compiti limitati e non deve tornare alle urne per sottoporsi al giudizio dei cittadini, come ci informa Monti. Chi allora è responsabile delle misure che il governo sta per varare? I cittadini, forse, oltre a pagare (chi più chi meno) questa riforma, hanno il diritto di saperlo….

Riforma previdenziale in corso: quanto è equa?

Riporto a seguire il contributo del Prof. Paolo Jaccod, Ordinario di Finanza aziendale dell'Università degli studi di Siena, che solleva alcuni rilevanti punti critici sulla presunta equità della riforma pensionistica annunciata dalla ministra Fornero.

A proposito dei benefici pensionistici

L’edizione di sabato 26 u.s. di la Repubblica ha pubblicato – per ampi stralci – un articolo di ricerca sviluppato recentemente da E. Fornero e da F. Coda Moscarola; vi si riportano i principali risultati di una simulazione da loro svolta su una base dati empirica, che mostrerebbe i grandi vantaggi che il precedente regime assicurava ai lavoratori iscritti all’Inps e all’Inpdap. Alcune delle ipotesi sommariamente descritte – in principal modo i tassi d’interesse usati nei calcoli – appaiono allarmanti.

Il calcolo è incentrato sulla valutazione che fa un lavoratore al termine della sua vita di lavoro sulla “convenienza” dell’operazione: deve comparare la somma dei contributi versati con la somma (presunta) che gli deriverà dalle pensioni da percepire fino all’anno di fine vita.

Proviamo a simulare (replicare) il calcolo svolto o comunque da svolgere, immaginando una situazione standard e con dati comprensibili.

Lavoratore maschio iscritto all’Inps che va in pensione a 65 anni il 31/12/2011, dopo 40 anni di contributi versati (480 mensilità) e sta nel regime retributivo (più di 18 anni di anzianità alla data del 1995): immaginando che l’aspettativa di vita (ufficiale!) sia 80 anni, ha di fronte quindi – probabilmente – 180 flussi di cassa mensili di pensione.

Se rende sommabili i primi 480 flussi negativi (i contributi versati) con i 180 positivi, attraverso un corretto “trattamento” finanziario, il saldo, che è in euro, con il suo segno dirà se ha perso o guadagnato: se è zero (in gergo tecnico, in tutto il mondo si chiama NPV, VAN in italiano) l’operazione è equa; se maggiore (minore) di zero si è avvantaggiato (è stato penalizzato). Si può vedere la stessa cosa (come fa la Fornero) costruendo un indice del tipo: al numeratore il valore attuale dei flussi prospettici (le mensilità di pensione attese) e al denominatore il montante degli esborsi fatti in passato (cambiato di segno, ovviamente): a VAN zero corrisponde un indice pari a 1;  tanto più il VAN è positivo e alto, tanto più sarà alto l’indice e viceversa nell’area negativa.

Questo è ciò che è calcolato nell’articolo in discussione: le due autrici lo chiamano PVR; nel mondo degli affari si chiama, da sempre e dappertutto, profitability index: l’indice per il nostro lavoratore è 1,62 (oppure 162 %).

Un vantaggio assai elevato.

Due conseguenze notevoli da questo calcolo, se probante:

a)        l’Inps dovrebbe essere – già da molto, ben prima del 1995 – in dissesto;  per ogni euro incassato,  ne eroga allo stesso lavoratore 1,62: tutti i Presidenti dell’Inps negli ultimi 15 anni, nominati via via da governi di colore diverso, hanno pubblicamente dichiarato che l’area degli iscritti dipendenti è in equilibrio. Delle due l’una: o hanno tutti mentito o il calcolo della Fornero è sbagliato;

b)        si sarebbe finalmente scoperto chi “affama” il bilancio pubblico italiano, i dipendenti iscritti all’Inps e all’Inpdap; i quali,  peraltro, non possono che fare invidia a ogni imprenditore o finanziere degno di questo nome: investimenti con un indice di profittabilità di questo livello loro se li sognano la notte.

 

Per terminare il calcolo da solo,  al nostro lavoratore manca un’informazione: conosce il livello di pensione che riceverà da gennaio (immaginiamo da colleghi che l’hanno preceduto) come pure riesce a ricostruire i contributi versati per 40 anni;  il tasso d’interesse con cui fare il montante dei contributi e il valore attuale delle 180 pensioni che lo aspettano è un problema: la Fornero gli suggerisce il tasso annuo di crescita di lungo periodo dell’economia (a fatica lo rintraccia da qualche fonte e scopre che è in un intorno del 2%);  non sapendo altro,  prova a utilizzarlo, ma rimane perplesso (molto giustamente).

Prima di procedere nel calcolo (simulazione della simulazione!) qualche riflessione:

 

1)        che ne è delle mensilità di contributi del collega  con cui si è iniziato a lavorare, ma che purtroppo è morto, ancora senza famiglia, dopo quindici anni di lavoro ?

2)        che succede se si muore dopo pochi anni (2, 4 o 6), dopo i 65 e non si hanno familiari ai quali riversare, almeno in parte, la pensione?

3)        forse si potrebbe essere fortunati e campare fino a 90 anni e avere allora una vedova che almeno parzialmente continuerà a incassare la pensione del nostro: quindi i flussi positivi da attualizzare non sono solo 180,  ma 300 o forse più.

L'insieme dei tre casi non si presenta affatto irrilevante, in termine di frequenze sul totale: si noti anche che i primi due sono sfavorevoli per il lavoratore (e, simmetricamente, favorevoli per l’ente previdenziale) e il terzo favorevole: si può cominciare a pensare che l’operazione finanziaria non sia affatto priva di rischio.

Facciamo finalmente il calcolo, in termini sommari: 1 euro al mese medio nell’ultimo decennio di contributi e – a scendere nei tre decenni precedenti – 75, 50, 25 centesimi (ovviamente da lire equivalenti) danno 4,5 euro di pensione costanti per i prossimi 15 anni (il rapporto tra 1 euro medio ultimo versato e i 4,5 euro di pensione non è affatto casuale, ma è una decente approssimazione della realtà, anche se scarsamente influente nel calcolo successivo).

Applichiamo il tasso che ci è stato proposto – 2% – sia per i 480 mesi passati che per i 180 futuri, non prima di averlo trasformato in tasso effettivo annuo e poi in tasso mensile,  per il passato, e lasciarlo tasso semplice e poi mensilizzato per il futuro. La differenza sta in ciò: nel primo, gli interessi guadagnati (dall’Inps) su ogni versamento mensile si sommano al versamento del successivo mese, poiché non si preleva niente; nel secondo, si tratta di un tasso semplice, dove non ci sono gli interessi sugli interessi, perché – salvo il caso di qualche pensionato ricchissimo che non prelevi nulla dalla pensione mensile – per il nostro lavoratore essa si azzera al termine del mese. Non è molta la differenza, ma quando si può è meglio essere precisi: ad un tasso semplice del 6% annuo corrisponde un tasso composto del 6,17 %.

Ecco il calcolo: il nostro lavoratore ha sborsato 412 euro di contributi nei 40 anni;  la somma delle sue mensilità future di pensione è 699. Ha quindi 287 euro netti, cioè il 70 % in più di quanto ha versato: l’indice è 1,7; la simulazione della Fornero è eccellente, si potrebbe pensare. 

La regola aurea – non derogabile mai – sul tasso di sconto da utilizzare è questa: è misurato dal tasso di rendimento che si avrebbe da investimenti alternativi di stessa durata e stesso rischio, ai quali si rinuncia.

Il nostro lavoratore si ricorda che quando ha stipulato un mutuo trentennale dieci anni fa, non ha avuto proposte basate sul tasso di crescita di lungo termine dell’economia,  ma gli è stato sottoposta una strana tabella con i tassi EURIRS che conteneva i tassi “di mercato” senza rischio a 30 anni su prestiti interbancari (da pochi anni sono pubblici anche quelli a 40 e 50 anni, ma appunto da pochi anni: usarli per il passato non va molto bene); la media (su valori che si adeguano giornalmente) dell’anno è stata 5,7 %: su questo poi la banca ha piazzato 2 (forse 3) punti percentuali, dichiarando che rappresentavano il premio per il (suo) rischio, così la stipula del mutuo è stata all’8% (o al 9%).

La media delle medie nell’ultimo decennio dei tassi senza rischio EURIRS (per prestiti a 30 anni) è 4,3% .[1]

E’ da sottolineare che i tassi EURIRS coprono solo il rischio di tasso, a breve/medio/lungo: scontano cioè solo le previsioni degli operatori sui tassi di mercato per operazioni  senza rischio su quegli orizzonti di tempo (e poi il nostro lavoratore non pretende di agire sull’interbancario….).

Se rifacciamo i calcoli con questo tasso, l’indice PVR scende da 1,7 a 1,03. Il lavoratore, da profittatore delle generazioni future, si è trasformato in un “equo” e normale investitore.

Pochi dubbi se si debba applicare un premio per il rischio per i flussi di pensione futuri: non solo e non tanto per i fattori indicati sopra in 2) e 3), ma perché ci possono essere decurtazioni decise dall’alto.

Controverso è l’innalzamento del tasso di attualizzazione per i versamenti effettuati: qui ci possono essere due scuole di pensiero diverse; scegliamo prima  la strada conservativa e lasciamo  il 4,3 % per essi e il 6% per le mensilità di pensione.

Una stima anche sommaria del “giusto” premio per il rischio (qui meno del 2% aggiunto al 4,3%) esula dagli scopi di queste considerazioni.

Ebbene, il nuovo calcolo dell’indice chiamato PVR è 0,9: il lavoratore ha perso il 10%.

Se applicassimo il 6% anche ai versamenti, l’indice scende a 0,6: un investimento disastroso!

Ciò che appare è che il modello di simulazione proposto dalle due autrici si presenta assolutamente instabile: probabilmente non è stato sottoposto all’analisi di sensitività, l’unica analisi – come sa bene chi costruisce e maneggia modelli – che dà (o non dà) l’indispensabile robustezza alle simulazioni.

Sperando poi che siano stati adeguatamente inglobati nei dati i casi 1),  2) e 3) indicati.[2]

In ogni caso, questi calcoli e – presumibilmente anche quello delle due autrici – andrebbero integrati da opportune considerazioni sul trattamento fiscale dei flussi,  sia di versamento che di pensione.

La sensazione finale è che il modello illustrato su la Repubblica sia equivalente ad una macchina che corra in una discesa di strada ghiacciata, con la spia dei freni che lampeggia minacciosamente.


 

[1] Nel decennio precedente ancora (1990-2000) il tasso lordo medio sui BTP a 30 anni è stato del 6,9 % : nel ventennio (1980-2000) il tasso lordo medio  sui BTP a 5 anni è stato dell’8 %.

[2] L’obiezione delle due autrici sul tasso applicato del 2 % sarebbe che è tale perché la legge lo prevede, a partire dalla costruzione stessa dei flussi di pensione.

Due contro obiezioni:

-          per l’appunto è la legge : ma se la dura realtà del mercato dei tassi lo contraddice, perché il singolo pensionato o gruppo omogeneo di pensionati dovrebbe usarlo ?

-          se il calcolo, usando tassi in un range limitato –da 2% al 6% -, cambia così clamorosamente, passando da giudizi di ottimo a giudizi di pessimo, le conclusioni dovrebbero essere assai guardinghe, molto più dubitative di quanto non facciano le autrici.

di Paolo Jaccod   - Professore Ordinario di Finanza Aziendale nell’Università di Siena

 

L'accademia.... all'italiana/Attuazione riforma Gelmini ovvero........esercizi di gattopardismo

Statuto all'università di Roma Tre/Che cosa c'è che non va?

Allego il documento che ho presentato al Consiglio di Facoltà di Economia dell'Università di Roma Tre quando il Consiglio è stato chiamato ad esprimere un parere sull'attuale bozza di statuto. Preciso, come introduzione, perchè sia chiaro l'intendimento e per evitare interpretazioni strumentali, che:

  • penso che la commissione costituente dell'ateneo abbia lavorato duramente, ma che la bozza di statuto prodotta presenti alcuni vizi di una certa importanza
  • non sono una supporter della riforma Gelmini: credo anzi che contenga in sè le principali cause che hanno dato luogo alle attuali applicazioni "gattopardesche" da parte degli atenei (come esprimo chiaramente nel mio articolo pubblicato sull'argomento e precedentemente postato su questo blog)
  • penso  tuttavia che una riforma possa essere un'occasione per ripensare "criticamente" l'attuale assetto dell'università italiana (di cui l'università italiana  ha peraltro profondamente bisogno), cercando di sfruttare "virtuosamente" gli spazi di miglioramento che ogni riforma (anche questa) consente
  • le osservazioni e critiche che sollevo hanno come unico scopo quello di contribuire ad un rafforzamento dell'università pubblica, in cui investo da oltre 30 anni (con il mio impegno nella didattica e nella ricerca) e in cui credo fortemente. E' del tutto falso quello che è da alcuni affermato che sarei favorevole ad un controllo da parte dei privati (addirittura della confindustria) nell'università pubblica. Le mie proposte circa una presenza adeguata e indipendente di non accademici nel cda dell'università e nel nucleo di valutazione mirano soltanto a correggere i vizi di autoreferenzialità dell'università italiana, che tanti comportamenti non proprio virtuosi hanno indotto e continuano ad indurre. La presenza (che non significa maggioranza) di non accademici (che non significa solo associazioni di imprese, ma organismi socio-economici di vario tipo, quali rappresentanti delle professioni, enti di ricerca, organi tecnici dell'amministrazioni pubblica, ecc.) potrebbe consentire un outside scrutiny sull'utilizzo delle risorse pubbliche che sfido chiunque a non considerare indispensabile in questo difficile momento dell'economia italiana,  oltrechè a favorire il legame tra università e mondo del lavoro...dove tutti i laureati di tutti gli atenei dovrebbero potersi collocare in maniera coerente ed adeguata agli studi fatti, ai profili professionali sviluppati, alle loro aspirazioni. 
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Consigli ai miei studenti/5

E' appena stata pubblicata da Il Sole 24ore una classifica degli atenei italiani, statali e privati, definita secondo i seguenti criteri:

  • % immatricolati maturati con il massimo dei voti
  • attrattitività fuori regione o dall'estero
  • grado di dispersione degli immatricolati dopo un anno
  • iscritti inattivi (che non acquisiscono cfu)
  • % laureati in corso
  • rapporto studenti/docenti
  • tasso di occupazione a tre anni dalla laurea
  • disponibilità fondi per la ricerca
  • quota di fondi per la ricerca derivanti dall'esterno
  • % docenti che hanno partecipato con successo a bandi PRIN.

Roma Tre si classifica piuttosto male tra gli atenei statali: al terz'ultimo posto, peggio delle altre due università romane dirette concorrenti.

Vi invito a leggere l'articolo e a riflettere sui limiti che i diversi indicatori possono presentare nella comparazione tra atenei, per esempio non tenendo conto di alcune differenze strutturali tra atenei che influenzano significativamente i valori degli indicatori. Un esempio tra tutti: il diverso mix di facoltà all'interno dell'ateneo influenza fortemente il valore di alcuni indicatori (per esempio il tasso di occupazione dopo la laurea, la capacità di attrarre risorse finanziarie esterne per la ricerca - si pensi alla presenza di facoltà in cui prevale la ricerca applicata rispetto a quelle in cui prevale la ricerca di base - , la qualità del profilo dello studente all'ingresso, ecc.). Provate a fare un'analisi in tal senso, segnalando limiti degli indicatori e possibili correttivi che potrebbero essere suggeriti nel calcolo degli indicatori, per eliminare i potenziali bias. Fatemi avere queste vs riflessioni come commento a questo post.

in allegato il file pdf contenente l'articolo.

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classifica.pdf (1.05 MB)
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L'accademia..... all'italiana/L'attuazione della riforma Gelmini

L'attuazione della riforma Gelmini: cambiare tutto per non cambiare nulla?

Le università stanno riscrivendo il loro statuto, in applicazione della Legge 240/2010 con modalità le più diverse, dal massimo della democrazia e condivisione interna, in un processo che vede la partecipazione e il coinvolgimento attivo di tutte le componenti dell’Ateneo, a forme più dirigiste in cui sono gli attuali vertici dell’Ateneo, spesso scaduti e in prorogatio per effetto della riforma,  che dettano le linee guida, in maniera esplicita, definendo cosa cambia e cosa resta, senza se e senza ma.

Prime avvisaglie evidenziano trend preoccupanti, destinati a svuotare totalmente il senso della Riforma Gelmini, almeno negli aspetti (pochi) più innovativi e sensati. Li riassumerò qui di seguito in grandi linee: sono segni embrionali, ma che sembrano svilupparsi in fretta perché affondano le radici nella natura stessa della “casta accademica” e sono la linfa vera della sua conservazione nello status quo:

 

·         Dipartimenti grandi, anzi grandissimi, unici, che inglobino i  dipartimenti esistenti dentro le singole facoltà e mirino a replicarle tali e quali sotto diverso nome

·         Attuali dipartimenti che diventeranno le sezioni dei dipartimenti unici e quindi ad essi sottomessi

·         Il principio della omogeneità scientifica dei dipartimenti interpretato in senso lato, non per aggregare in base a attitudini e progetti di ricerca, ma per impacchettare nello stesso dipartimento i corsi di laurea forniti dalle attuali facoltà, senza concedere terreno a favore di facoltà concorrenti né dare autonomia progettuale e decisionale alle strutture didattiche di II livello (consigli di corso di laurea o collegi didattici, che storicamente in Italia hanno svolto un ruolo limitato al piccolo cabotaggio dell’approvazione delle carriere studenti e dei piani di studio, senza alcun disegno strategico). Che poi in questo modo si vanifichi  l’obiettivo principale della riforma che è il rilancio della ricerca (per il quale  è indispensabile l'omogeneità scientifica nella ridefinizione dei "nuovi" dipartimenti) e una seria valutazione dei risultati (che per poter essere applicata correttamente richiede omogeneità di competenze, di risultati e quindi di criteri di valutazione) cui legare l'assegnazione delle risorse e la responsabilità primaria dell'offerta formativasembra essere un dettaglio di nessun  conto.

·         Il "partito dei presidi" propone anche una soluzione alternativa: dipartimenti più piccoli, al limite dei 35-40 docenti indicati dalla norma (gli attuali adeguati ai minimi di legge), ma strutture di raccordo grandi, ipertrofiche, forti, gestite da una sorta di direttorio di presidenti e direttori, che sottomettano i dipartimenti, avocando a se l’allocazione delle risorse e pretendendo di essere loro  interlocutori "politici" diretti dei vertici dell’ateneo, con rappresentanza piena negli organi di governo (insomma, che si chiamino scuole o strutture di raccordo, sono le attuali facoltà, con in più l’autonomia di budget che la legge sembra assegnare ai dipartimenti, quella tanto agognata autonomia di spendere che periodi recenti di vacche magre avevano sottratto loro, riportandola  in seno agli organi centrali dell’ateneo, per urgenti  esigenze di quadratura dei conti)

·        Statuti (che dovranno passare il vaglio del Miur) snelli, con poche norme generiche e regolamenti interni (che non dovranno passare il vaglio del Miur) ricchi e debordanti, che regolamentino tutto quanto lo statuto lascia indefinito, per tenersi mani libere e soprattutto autonomia di cambiare solo se,  quanto e quando lo si vorrà

·        Blocco dei passaggi dei docenti tra dipartimenti (del tutto leciti, anzi auspicabili se l’obiettivo fosse quello dichiarato dalla legge di disaggregare e riaggregare in base a progetti di ricerca e affinità scientifica dei singoli docenti e ricercatori): meglio evitare i rimescolamenti delle carte che possono mettere a rischio gli attuali equilibri di potere (basta vedere, per similitudine, quello che a livello CUN è accaduto nella ridefinizione dei settori scientifico disciplinari)

·        Mantenere solido il potere nelle mani degli appartenenti alla corporazione degli accademici e limitare più possibile il ruolo dei soggetti esterni: imbrigliare e pilotare la nomina degli esterni nel consiglio di amministrazione, limitare il ruolo e il peso degli esterni nel nucleo di valutazione dell’ateneo, mantenendo il controllo del controllato sul controllore (come in fondo è sempre stato ed è attualmente nella maggior parte delle università italiane).

·        Vanificare la governance duale, prevista dalla legge, che presume un ruolo di vertice per due organi distinti, il senato accademico e il consiglio di amministrazione, con l'intento di  assegnare poteri decisionali distinti ad entrambi (su ambiti di competenza diversi) e nello stesso tempo poteri di sorveglianza e/o veto sulle decisioni assunte dall'altro. Meccanismo questo che può potenzialmente garantire un processo decisionale migliore e che si regge sull'indipendenza dei due organi, sia in sede di loro composizione/nomina  che di loro funzionamento a regime: le pratiche in atto vedono, vicerversa, prevalere il criterio della designazione e nomina dei membri del cda dal senato accademico e dal rettore, rendendo quindi il primo organo di fatto assogettato all'altro e al rettore. Solo l'elettività da parte di tutta la comunità accademica dei componenti del cda garantisce la dualità della governance al vertice, cha la riforma suggerisce.

 

Tutto riporta alla mente il famoso adagio del “cambiare tutto per non cambiare nulla” del Gattopardo di Tomasi di Lampedusa, più  che mai attuale per descrivere questa fase di “falso” cambiamento dell’accademia italiana. In fondo, dopo anni e anni di riforme bipartisan, imposte ad ogni cambiamento di ministro e di governo, spesso inutili, l’accademia italiana e i suoi protagonisti hanno sviluppato doti invidiabili di resistenza ai cambiamenti e di arroccamento strenuo sull’esistente.

Quello che il Principe nel Gattopardo dice a Chevalley (messo del nuovo re d’Italia nella terra degli ex Borboni) con riferimento ai Siciliani sembra perfetto per descrivere la “casta accademica” nella peggiore delle sue espressioni e nella più cieca ortodossia dei suoi esponenti più organici al potere, in questa fase di difesa strenua dello status quo e di se stessa (basta sostituire qualche termine…e il gioco è fatto)

 

…..il sonno è ciò che i siciliani vogliono ed essi odieranno sempre chi li vorrà svegliare, sia pure per portar loro i più bei regali; e sia detto fra noi, ho i miei forti dubbi che il nuovo regno abbia molti regali per noi nel bagagliaio. Tutte le manifestazioni siciliane sono manifestazioni oniriche, anche le più violente………..desiderio di immobilità voluttuosa……il nostro aspetto meditativo è quello del nulla che voglia scrutare gli enigmi del nirvana. Da ciò proviene il prepotere da noi di certe persone, di coloro che sono semi-desti……le novità ci attraggono soltanto quando le sentiamo defunte, incapaci di dar luogo a correnti vitali….Non nego che alcuni Siciliani trasportati fuori dall’isola possano riuscire a smagarsi: bisogna però farli partire quando sono molto, molto giovani: a vent’anni è già tardi. La crosta è già fatta, dopo: rimarranno convinti che il loro è un paese come tutti gli altri, scelleratamente calunniato; che la normalità civilizzata è qui, la stramberia fuori……Lei ha ragione in tutto, si è sbagliato soltanto quando ha detto “i Siciliani vorranno migliorare”….i Siciliani non vorranno mai migliorare per la semplice ragione  che credono di essere perfetti: la loro vanità è più forte della loro miseria. Ogni intromissione di estranei sia per origine sia anche, se si tratti di Siciliani, per indipendenza di spirito, sconvolge il loro vaneggiare di raggiunta compiutezza, rischia di turbare la loro compiaciuta attesa del nulla; calpestati da una decina di popoli differenti credono di avere un passato imperiale che dà loro diritto a funerali sontuosi…….Crede davvero Lei di essere il primo a sperare di incanalare la Sicilia  nel flusso della storia universale? ….. La Sicilia ha voluto dormire a dispetto delle loro invocazioni, perché avrebbe dovuto ascoltarli se è ricca, se è saggia, se è onesta, se è da tutti ammirata e invidiata, se è perfetta, in una parola? Adesso anche da noi si va dicendo che la colpa del cattivo stato delle cose è del feudalesimo. Sarà. Ma il feudalesimo c’è stato dappertutto, le invasioni straniere pure. La ragione della diversità deve trovarsi in quel senso di superiorità che barbaglia in ogni occhio siciliano, che noi stessi chiamiamo fierezza, che in realtà è cecità. Per ora, per molto tempo, non c’è niente da fare…………..”

 

 

segnalo il mio articolo uscito  su Il Sole 24 ore (2 giugno 2011): UNIVERSITA' IMMOBILE PER STATUTO --> http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2011-06-02/universita-immobile-statuto-064930.shtml?uuid=Aa89uYcD

 

chiunque abbia commenti da inserire o storie/esperienze da riportare sulle "worst practices" in atto presso gli atenei italiani nella riscrittura dei loro statuti, in questa fase di attuazione della riforma, lo faccia qui, inserendo un commento. Non sono una sostenitrice della riforma Gelmini, ma temo ancora di più i colpi di coda delle gerarchie accademiche che, sotto la veste di pseudo-attuazioni della legge, di fatto mirano a rafforzarsi, mettendo in atto una svolta centralista e autoritaria nella ridefinizione dell'architettura e della governance dell'università italiana, non cogliendo invece l'opportunità (che la legge potrebbe consentire) di  innovarla e di ri-orientarla verso una maggiore qualità della ricerca e della didattica, l'unica vera strada per rafforzare l'università pubblica.