Riporto a seguire il contributo del Prof. Paolo Jaccod, Ordinario di Finanza aziendale dell'Università degli studi di Siena, che solleva alcuni rilevanti punti critici sulla presunta equità della riforma pensionistica annunciata dalla ministra Fornero.
A proposito dei benefici pensionistici
L’edizione di sabato 26 u.s. di la Repubblica ha pubblicato – per ampi stralci – un articolo di ricerca sviluppato recentemente da E. Fornero e da F. Coda Moscarola; vi si riportano i principali risultati di una simulazione da loro svolta su una base dati empirica, che mostrerebbe i grandi vantaggi che il precedente regime assicurava ai lavoratori iscritti all’Inps e all’Inpdap. Alcune delle ipotesi sommariamente descritte – in principal modo i tassi d’interesse usati nei calcoli – appaiono allarmanti.
Il calcolo è incentrato sulla valutazione che fa un lavoratore al termine della sua vita di lavoro sulla “convenienza” dell’operazione: deve comparare la somma dei contributi versati con la somma (presunta) che gli deriverà dalle pensioni da percepire fino all’anno di fine vita.
Proviamo a simulare (replicare) il calcolo svolto o comunque da svolgere, immaginando una situazione standard e con dati comprensibili.
Lavoratore maschio iscritto all’Inps che va in pensione a 65 anni il 31/12/2011, dopo 40 anni di contributi versati (480 mensilità) e sta nel regime retributivo (più di 18 anni di anzianità alla data del 1995): immaginando che l’aspettativa di vita (ufficiale!) sia 80 anni, ha di fronte quindi – probabilmente – 180 flussi di cassa mensili di pensione.
Se rende sommabili i primi 480 flussi negativi (i contributi versati) con i 180 positivi, attraverso un corretto “trattamento” finanziario, il saldo, che è in euro, con il suo segno dirà se ha perso o guadagnato: se è zero (in gergo tecnico, in tutto il mondo si chiama NPV, VAN in italiano) l’operazione è equa; se maggiore (minore) di zero si è avvantaggiato (è stato penalizzato). Si può vedere la stessa cosa (come fa la Fornero) costruendo un indice del tipo: al numeratore il valore attuale dei flussi prospettici (le mensilità di pensione attese) e al denominatore il montante degli esborsi fatti in passato (cambiato di segno, ovviamente): a VAN zero corrisponde un indice pari a 1; tanto più il VAN è positivo e alto, tanto più sarà alto l’indice e viceversa nell’area negativa.
Questo è ciò che è calcolato nell’articolo in discussione: le due autrici lo chiamano PVR; nel mondo degli affari si chiama, da sempre e dappertutto, profitability index: l’indice per il nostro lavoratore è 1,62 (oppure 162 %).
Un vantaggio assai elevato.
Due conseguenze notevoli da questo calcolo, se probante:
a) l’Inps dovrebbe essere – già da molto, ben prima del 1995 – in dissesto; per ogni euro incassato, ne eroga allo stesso lavoratore 1,62: tutti i Presidenti dell’Inps negli ultimi 15 anni, nominati via via da governi di colore diverso, hanno pubblicamente dichiarato che l’area degli iscritti dipendenti è in equilibrio. Delle due l’una: o hanno tutti mentito o il calcolo della Fornero è sbagliato;
b) si sarebbe finalmente scoperto chi “affama” il bilancio pubblico italiano, i dipendenti iscritti all’Inps e all’Inpdap; i quali, peraltro, non possono che fare invidia a ogni imprenditore o finanziere degno di questo nome: investimenti con un indice di profittabilità di questo livello loro se li sognano la notte.
Per terminare il calcolo da solo, al nostro lavoratore manca un’informazione: conosce il livello di pensione che riceverà da gennaio (immaginiamo da colleghi che l’hanno preceduto) come pure riesce a ricostruire i contributi versati per 40 anni; il tasso d’interesse con cui fare il montante dei contributi e il valore attuale delle 180 pensioni che lo aspettano è un problema: la Fornero gli suggerisce il tasso annuo di crescita di lungo periodo dell’economia (a fatica lo rintraccia da qualche fonte e scopre che è in un intorno del 2%); non sapendo altro, prova a utilizzarlo, ma rimane perplesso (molto giustamente).
Prima di procedere nel calcolo (simulazione della simulazione!) qualche riflessione:
1) che ne è delle mensilità di contributi del collega con cui si è iniziato a lavorare, ma che purtroppo è morto, ancora senza famiglia, dopo quindici anni di lavoro ?
2) che succede se si muore dopo pochi anni (2, 4 o 6), dopo i 65 e non si hanno familiari ai quali riversare, almeno in parte, la pensione?
3) forse si potrebbe essere fortunati e campare fino a 90 anni e avere allora una vedova che almeno parzialmente continuerà a incassare la pensione del nostro: quindi i flussi positivi da attualizzare non sono solo 180, ma 300 o forse più.
L'insieme dei tre casi non si presenta affatto irrilevante, in termine di frequenze sul totale: si noti anche che i primi due sono sfavorevoli per il lavoratore (e, simmetricamente, favorevoli per l’ente previdenziale) e il terzo favorevole: si può cominciare a pensare che l’operazione finanziaria non sia affatto priva di rischio.
Facciamo finalmente il calcolo, in termini sommari: 1 euro al mese medio nell’ultimo decennio di contributi e – a scendere nei tre decenni precedenti – 75, 50, 25 centesimi (ovviamente da lire equivalenti) danno 4,5 euro di pensione costanti per i prossimi 15 anni (il rapporto tra 1 euro medio ultimo versato e i 4,5 euro di pensione non è affatto casuale, ma è una decente approssimazione della realtà, anche se scarsamente influente nel calcolo successivo).
Applichiamo il tasso che ci è stato proposto – 2% – sia per i 480 mesi passati che per i 180 futuri, non prima di averlo trasformato in tasso effettivo annuo e poi in tasso mensile, per il passato, e lasciarlo tasso semplice e poi mensilizzato per il futuro. La differenza sta in ciò: nel primo, gli interessi guadagnati (dall’Inps) su ogni versamento mensile si sommano al versamento del successivo mese, poiché non si preleva niente; nel secondo, si tratta di un tasso semplice, dove non ci sono gli interessi sugli interessi, perché – salvo il caso di qualche pensionato ricchissimo che non prelevi nulla dalla pensione mensile – per il nostro lavoratore essa si azzera al termine del mese. Non è molta la differenza, ma quando si può è meglio essere precisi: ad un tasso semplice del 6% annuo corrisponde un tasso composto del 6,17 %.
Ecco il calcolo: il nostro lavoratore ha sborsato 412 euro di contributi nei 40 anni; la somma delle sue mensilità future di pensione è 699. Ha quindi 287 euro netti, cioè il 70 % in più di quanto ha versato: l’indice è 1,7; la simulazione della Fornero è eccellente, si potrebbe pensare.
La regola aurea – non derogabile mai – sul tasso di sconto da utilizzare è questa: è misurato dal tasso di rendimento che si avrebbe da investimenti alternativi di stessa durata e stesso rischio, ai quali si rinuncia.
Il nostro lavoratore si ricorda che quando ha stipulato un mutuo trentennale dieci anni fa, non ha avuto proposte basate sul tasso di crescita di lungo termine dell’economia, ma gli è stato sottoposta una strana tabella con i tassi EURIRS che conteneva i tassi “di mercato” senza rischio a 30 anni su prestiti interbancari (da pochi anni sono pubblici anche quelli a 40 e 50 anni, ma appunto da pochi anni: usarli per il passato non va molto bene); la media (su valori che si adeguano giornalmente) dell’anno è stata 5,7 %: su questo poi la banca ha piazzato 2 (forse 3) punti percentuali, dichiarando che rappresentavano il premio per il (suo) rischio, così la stipula del mutuo è stata all’8% (o al 9%).
La media delle medie nell’ultimo decennio dei tassi senza rischio EURIRS (per prestiti a 30 anni) è 4,3% .
E’ da sottolineare che i tassi EURIRS coprono solo il rischio di tasso, a breve/medio/lungo: scontano cioè solo le previsioni degli operatori sui tassi di mercato per operazioni senza rischio su quegli orizzonti di tempo (e poi il nostro lavoratore non pretende di agire sull’interbancario….).
Se rifacciamo i calcoli con questo tasso, l’indice PVR scende da 1,7 a 1,03. Il lavoratore, da profittatore delle generazioni future, si è trasformato in un “equo” e normale investitore.
Pochi dubbi se si debba applicare un premio per il rischio per i flussi di pensione futuri: non solo e non tanto per i fattori indicati sopra in 2) e 3), ma perché ci possono essere decurtazioni decise dall’alto.
Controverso è l’innalzamento del tasso di attualizzazione per i versamenti effettuati: qui ci possono essere due scuole di pensiero diverse; scegliamo prima la strada conservativa e lasciamo il 4,3 % per essi e il 6% per le mensilità di pensione.
Una stima anche sommaria del “giusto” premio per il rischio (qui meno del 2% aggiunto al 4,3%) esula dagli scopi di queste considerazioni.
Ebbene, il nuovo calcolo dell’indice chiamato PVR è 0,9: il lavoratore ha perso il 10%.
Se applicassimo il 6% anche ai versamenti, l’indice scende a 0,6: un investimento disastroso!
Ciò che appare è che il modello di simulazione proposto dalle due autrici si presenta assolutamente instabile: probabilmente non è stato sottoposto all’analisi di sensitività, l’unica analisi – come sa bene chi costruisce e maneggia modelli – che dà (o non dà) l’indispensabile robustezza alle simulazioni.
Sperando poi che siano stati adeguatamente inglobati nei dati i casi 1), 2) e 3) indicati.
In ogni caso, questi calcoli e – presumibilmente anche quello delle due autrici – andrebbero integrati da opportune considerazioni sul trattamento fiscale dei flussi, sia di versamento che di pensione.
La sensazione finale è che il modello illustrato su la Repubblica sia equivalente ad una macchina che corra in una discesa di strada ghiacciata, con la spia dei freni che lampeggia minacciosamente.
di Paolo Jaccod - Professore Ordinario di Finanza Aziendale nell’Università di Siena